#VocidiASC La storia di Camila

In tutta franchezza, quando ho deciso di candidarmi per il Servizio Civile non avevo la minima idea di cosa stessi facendo. Era un periodo difficile in università, nella ricerca di un lavoro e la salute mentale non aiutava. Ad un certo punto, il Servizio Civile mi è sembrato l'unico modo di iniziare a fare un po' di esperienza professionale mentre mettevo da parte qualche soldo. Così, ho partecipato a un open day per conoscere alcune associazioni di ASC Piemonte e mi sono candidatə per il progetto che mi sembrava più adatto a me.

Non mi hanno presə e sono entratə in lista d'attesa. L'ultimo colloquio che ho sostenuto è stato presso C.I.F.A. ETS per un progetto di attivazione sul contrasto al discorso d'odio che mi sembrava tutto fuorché il mio: controvoglia, ho ugualmente accettato di spendere lì quell'anno di servizio.

È stata tra le decisioni migliori della mia vita e l'esperienza più inaspettata che abbia mai vissuto. In 8,5 mesi di servizio civile ho finalmente iniziato a scoprire che strada voglio percorrere nella mia vita. Potrei elencare le attività che ho svolto, ma non penso servirebbe: una delle lezioni che ho imparato è che ciò che mi ha davvero cambiato sono l'accettazione, la disponibilità, la cura e la sottile ma chiara attenzione che mi sono state rivolte ogni giorno durante mesi di servizio, sia da parte di persone di C.I.F.A. che da altre della rete Arci e di altrɜ volontarɜ di Servizio Civile. Più e più volte sono statə invitatə a cercare la mia voce e a farla emergere, a prendermi lo spazio che mi merito di occupare quanto chiunque altrə, finché sono finalmente riuscitə ad uscire da un guscio all'interno del quale mi ero ormai abituatə ad essere rinchiusə. Sono una persona queer, donna alla nascita, disabile, immigrata di seconda generazione e oggi lo rivendico con orgoglio soprattutto grazie a loro e all'impegno che mi hanno aiutato a mettere nel vedermi con occhi diversi.

Ho anche scoperto di amare il lavoro nel sociale, con tutte le sue soddisfazioni e le sue difficoltà, tant'è che al termine del servizio civile ho continuato a supportare due progetti di nome Hate Trackers a cui avevo preso parte durante il servizio, approfittando di ogni momento per acquisire le competenze professionali che ora mi permettono di continuare a perseguire un lavoro nel terzo settore, mentre riprendo gli studi universitari.

Ho deciso di raccontare soltanto le parti più belle di un percorso cosparso di innumerevoli difficoltà perché credo che sia importante far sapere a chi sente di aver toccato il fondo che esistono modi per risalire e che c'è almeno una storia che è iniziata in maniera simile alla loro. Per me, il servizio civile è stato un'ancora di salvezza, ma ripensando alla mia esperienza non mi sento una persona fortunata: credo invece che le associazioni della rete Arci siano un terreno fertile per far sorgere tante storie come questa, e sono certə che ce ne siano state tante e che ce ne saranno tante altre.